Meno sale più salute

Gruppo di lavoro Intersocietario per la Riduzione del Consumo di Sale in Italia

Informazioni

Questo articolo è stato scritto il giorno 17 Feb 2016 da Alessandra Dionisio, e appartiene alle categorie: Tutte le comunicazioni.

Funzioni di accesso

Collegati
Registrati
torna alla Home

Sale: il benessere e l’istruzione ne determinano il consumo. La ricerca pubblicata sul British Medical Journal

articolo scritto da Alessandra Dionisio

saliera sul tavoloLa differenza nel consumo di sale nelle Regioni italiane è attribuibile alle diseguaglianze economiche e sociali tra le diverse aree geografiche del nostro Paese. Lo ha dimostrato lo studio pubblicato sul British Medical JournalGeographic and socioeconomic variation of sodium and potassium intake in Italy. Lo studio è realizzato nell’ambito del Programma MINISAL-GIRCS, sostenuto dal Ministero della Salute nell’ambito del progetto “Guadagnare Salute” dal quale era stato già rilevato che il consumo di sale nella popolazione italiana adulta è significativamente maggiore nelle regioni del Sud Italia rispetto al Nord e al Centro (si vedano gli studi: Excess dietary sodium and inadequate potassium intake in Italy: results of the MINISAL study e Geographic and socioeconomic variation of sodium and potassium intake in Italy: results from the MINISAL-GIRCSI programme). In particolare, in Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata il consumo medio si attesta oltre gli 11 grammi al giorno contro valori inferiori ai 10 grammi in tutte le altre regioni. Il recente studio ha evidenziato che le persone occupate in lavori manuali presentano un consumo di sale decisamente maggiore di coloro che sono impegnati in ruoli amministrativi e manageriali; così pure avviene, in relazione al grado di istruzione, per coloro che hanno conseguito soltanto il diploma di scuola primaria rispetto ai possessori di un diploma di scuola secondaria o di un titolo universitario. Tali differenze, risultate indipendenti dall’età, dal sesso e da altri possibili fattori confondenti, sono molto significative a livello di popolazione in quanto poiché si traducono in differenze nei valori pressori e nella tendenza allo sviluppo di ipertensione, conducendo a variazioni importanti dei livelli di rischio cardiovascolare. “È evidente che il disagio socio-economico e il più basso livello educazionale del meridione d’Italia, in confronto al resto del Paese, impattano anche sulle abitudini alimentari e in genere sullo stile di vita, con le prevedibili inevitabili conseguenze sul rischio di malattia: tutto questo impone di intervenire con maggiore intensità rispetto a quanto finora realizzato sulle note diseguaglianze socio-economiche a partire dal potenziamento del sistema educativo”, precisa Pasquale Strazzullo, Direttore del Centro di Eccellenza per l’Ipertensione Arteriosa dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, responsabile del Programma MINISAL e senior author della ricerca. “È cruciale che le politiche di riduzione del consumo di sale in Italia, come in altri Paesi, tengano conto delle diseguaglianze socio-economiche. Inoltre, il riscontro di un basso apporto di potassio in generale, ma in particolare tra le categorie con più basso livello educazionale, depone per un relativamente basso consumo di frutta, verdura e legumi, in antitesi con le caratteristiche tipiche del modello alimentare mediterraneo“, precisa Franco Cappuccio, Ordinario di Epidemiologia Cardiovascolare all’Università di Warwick (UK) e primo autore dello studio. “La prevenzione delle malattie cardiovascolari e, più in generale, delle malattie cronico-degenerative è bene sia basata su programmi che intervengano contemporaneamente su tutti i fattori di rischio riconosciuti e, ancor più a monte, sulle cause che li determinano. La correzione delle diseguaglianze socio-economiche costituisce in tutta evidenza, come dimostra anche questa nuova ricerca condotta con l’importante contributo dell’Istituto Superiore di Sanità, un elemento fondamentale delle strategie di prevenzione da portare avanti nel nostro Paese”, aggiunge Simona Giampaoli, Responsabile dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare dell’Istituto Superiore di Sanità.

 Dettagli della ricerca

Lo studio MINISAL ha valutato il consumo alimentare di sodio e di potassio in un campione nazionale di popolazione generale adulta. Il campione utilizzato per l’analisi è costituito da 3857 uomini e donne, di età compresa fra 39 e 79 anni, campionati a caso in 20 regioni nell’ambito di un’indagine nazionale su un più vasto campione condotta tra il 2008 ed il 2012 dall’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare/Health Examination Survey dell’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’ANMCO-HCF (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri-Fondazione per il Tuo Cuore). L’assunzione di sodio e di potassio è stata stimata attraverso la misurazione dell’escrezione dei due elettroliti nelle urine delle 24 ore. I valori sono stati posti in relazione allo status socio-economico, in termini di livello di istruzione e di condizione occupazionale. Modelli geoadditivi e bayesiani sono stati usati per costruire e valutare modelli spaziali e socioeconomici di assunzione di sodio e di potassio, tenuto conto di potenziali fattori confondenti di ordine socio demografico, antropometrico e comportamentale. I risultati hanno mostrato l’esistenza di un significativo gradiente nord-sud di escrezione di sodio; i partecipanti residenti nelle regioni del Sud Italia (in particolare, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia) presentano un consumo di sale stimato superiore in media a 11 grammi al giorno, significativamente superiore a quello della maggior parte delle regioni del Nord e Centro Italia. È stata rilevata un’associazione lineare tra livello occupazione ed escrezione urinaria di sodio (maggiore consumo di sale per coloro che svolgono lavori manuali) ed una relazione simile è stata trovata tra escrezione di sodio e livello di istruzione (maggiore consumo di sale per coloro che presentano un minore livello di istruzione). In definitiva, Il gradiente socioeconomico ha spiegato in larga parte la disomogeneità nella distribuzione geografica del consumo di sodio. Per quanto riguarda l’escrezione di potassio, questa è risultata in generale insufficiente rispetto alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), comunque più alta nelle regioni centrali e in alcune regioni del sud rispetto al Nord Italia anche se il gradiente socioeconomico in questo caso spiegava solo in piccola parte la variazione spaziale. In conclusione, il consumo di sale in Italia è in media circa il doppio e quello di potassio largamente inferiore rispetto alle raccomandazioni dell’OMS. Il consumo di sale è significativamente maggiore negli strati di popolazione a più basso livello occupazionale e di istruzione, con una maggiore concentrazione al Sud. Inoltre, la stima di un basso consumo di frutta e verdura indica un allontanamento dal modello tipico di alimentazione mediterranea.

 

Lascia un commento

Occorre aver fatto il login per inviare un commento